Solea
Manuela Bertulli
“Quella, che tu credevi un piccolo punto della terra, fu tutto.
E non sarà mai rubato quest’unico tesoro
ai tuoi gelosi occhi dormienti...
L’insegna paurosa non varcherà mai la soglia
di quella isoletta celeste.
E tu non saprai la legge ch’io, come tanti, imparo,
e a me ha spezzato il cuore: fuori del limbo non v’è eliso”
E. Morante, Dedica a Remo N., in L’isola di Arturo, Einaudi, 1957.
Erano un gruppetto di “mocciosi”, ognuno con un’espressione diversa e un sogno differente da realizzare. Li accomunava però la vivacità, la curiosità e l’innocenza dei loro quattro anni. A quell’età si erano conosciuti in un asilo al confine tra Bollate e Cassina de’ Girasoli. La scuola materna era lì da quasi cinquant’anni e, nel pieno della sua maturità, li aveva accolti e coccolati. Come l’asilo, anche loro erano nati in quella “terra di mezzo” dove, se stai al di qua, sei “rispettabile”, mentre, al di là, non sei più “credibile”, sparisci nella “Corea” delle vecchie case popolari e rischi di perderti nel “bosco” frequentando compagnie poco raccomandabili (“Attenti al lupo!!!”).
