mercoledì 9 settembre 2015

Sportivi eclettici


Sportivi eclettici

Simone Oggioni

Sei sono le parti del discorso: l’esordio, con il quale si capta la benevolenza dell’uditorio, l’esposizione dei fatti, la posizione che si intende prendere, le argomentazioni a favore e contro. Infine, dopo aver riassunto gli elementi anteriori, il sollecito alle emozioni del pubblico.
Naturalmente, in questo breve scritto non intendo prendere in considerazione questa metodologia. Ciò di cui ho intenzione di occuparmi, invece, è una narrazione in sequenza di episodi che testimoniano, in termini sportivi, la mia ecletticità.
Chi nell’arte o nella scienza non segue un determinato sistema o indirizzo, ma sceglie e armonizza i principi che ritiene migliori, viene definito eclettico. Io credo, in tal senso, di potermi definire uno “sportivo eclettico”. Mi sono cimentato, infatti, in diverse discipline e, pur senza eccellere in nessuna di queste, ho sempre tentato di attingere “il meglio” da ogni esperienza, senza preconcetti e rigidi schematismi mentali. Un po’ per vocazione, un po’ per la voglia di provare nuovi sport, non ne ho mai praticato uno in particolare ma, in compenso, ne ho provati tanti.
Nella provincia di Milano, negli anni settanta e ottanta del secolo scorso, non c’era né una grande attenzione allo sport né, come oggi, una capillare presenza di società sportive sul territorio. L’orientamento e gli stimoli a migliorare ci arrivavano, quindi, direttamente dagli “eroi” che guardavamo in televisione.

domenica 6 settembre 2015

La vita è un “ciclo”


La vita è un “ciclo”

Carlo Braga
   

 “Hai voluto l’olandese? Ora pedala!!!”
 Henry di Haarsteeg




«E Berlusconi?» Sorrisino. «Cosa mi dici di Berlusconi?»
Quest’anno avevo proprio il timore di sentirmi porre questa domandina. Mia moglie è olandese e, come tutte le estati, ci rechiamo in vacanza per una settimana nel suo paese a fare visita a parenti, amici e mucche. Un posto fantastico, a misura d’uomo e di donna, dove tutto funziona alla perfezione, i bambini giocano per le strade e le auto si fermano per farli passare... e soprattutto chi va in bicicletta gode del massimo rispetto.
Capirete... noi viviamo a Milano dove è tutto il contrario!
Poi ci sono gli olandesi, gente veramente molto simpatica, grandi amici, persone superaffidabili, molto ospitali (sì, molto più dei milanesi) ma con un tantino (eufemismo) di egocentrismo e di onnipotenza che credo non abbia paragoni nelle altre nazioni europee. Loro sanno fare tutto meglio degli altri, loro sono più bravi in tutto, loro sono “i campioni del mondo” e devono sempre dimostrartelo, con le parole e i fatti. E con il sorrisino. Sì, con il sorrisino perché se malauguratamente ti capita di sbagliare, anche solo un accento, nella pronuncia della parola più difficile del loro vocabolario, prima ti correggono e poi fanno quel sorrisino irritante che vuol dire: “Ok, va bene ugualmente perché sei mio amico ma tu non capisci nulla o quasi, si vede che sei italiano, noi non sbagliamo mai e noi siamo semplicemente molto, ma molto più bravi di te”.

venerdì 4 settembre 2015

Pioggia miracolosa


Pioggia miracolosa

Gian Luca Tavecchia


Faceva caldo, troppo caldo, veramente caldo. Era solo il 10 giugno ma il sole martellava come un fabbro impazzito e l’incudine era la sua testa. Si era dimenticato il cappellino con visiera rossonero e ormai non ce la faceva più.
A dir la verità non era stata una dimenticanza casuale, portarsi il cappellino milanista al campetto sarebbe stato troppo pericoloso. Sicuramente Gigi e Geppe glielo avrebbero rubato, calpestato, infangato e allora addio cappellino del Milan.
Quei due quindicenni, alti una spanna più di lui, con la sigaretta fra le labbra e la bestemmia facile, l’avrebbero deriso e tormentato per tutto il pomeriggio, invece così a capo scoperto ci pensava solo il sole a torturarlo.
Maurizio aveva quattordici anni, faceva il portiere ed era milanista, rossonero fino al midollo, si sentiva il nuovo Fabio Cudicini , il “Ragno Nero”.1
C’era però una differenza sostanziale fra i due: Cudicini era altissimo e magro, Maurizio era basso, rotondetto, un pochino infantile e soprattutto buono come un pezzo di pane.
Era solo il portiere di riserva del Gruppo Sportivo MS, il titolare era Carlo, fratello di Gigi e decisamente più in gamba di lui. Nelle partite importanti restava in panchina e fino ad oggi non aveva mai fatto una partita ufficiale.

martedì 1 settembre 2015

Io sono un mediano. Memorie di un (ex) randellatore


Io sono un mediano
Memorie di un (ex) randellatore

Nicola Chinellato
                   
   
 “Una vita da mediano
lavorando come Oriali
 anni di fatica e botte e vinci casomai i mondiali”
 L. Ligabue, Una vita da mediano in Miss Mondo,1999.



Ho iniziato ad amare il calcio fin dalla tenera età di quattro o cinque anni, nemmeno il tempo, insomma, di affacciarmi alla soglia del 1970. Una passione, la mia, dovuta, ne sono profondamente convinto, a una predisposizione genetica ereditata dal nonno materno, che sul finire degli anni venti del XX secolo aveva militato in serie A, nelle file della mitica Pro Patria. Lo chiamavano il motorino biondo, per via dei capelli chiari e di un’inesauribile propensione alla corsa che lo rendeva imprendibile anche ai più arcigni difensori avversari. Mezzala, ma talvolta anche esterno di centrocampo, ciuffo ribelle, dribbling secco e gamba robusta, il nonno si ritirò ancora giovane, a causa di un grave incidente al costato, solo poco prima di firmare un regale contratto per la Juventus. Circostanza che, nonostante il dispiacere per una carriera prematuramente interrotta, ho sempre pensato fosse un sorta di anticipato tributo d’affetto verso il nipotino, che tempo dopo sarebbe divenuto interista e acerrimo rivale sportivo dei bianconeri. Fu lui a presentarmi il pallone, il rettangolo verde, le scarpette chiodate e le gradinate dello stadio. Era lui, il mio bellissimo nonno, sciupafemmine e comunista, che mi teneva sulle gambe quando, piccolissimo, guardavo le mie prime partite di calcio nel televisore in bianco e nero della sala. Seduto come un pascià sulle sue cosce muscolose, un braccio intorno al collo e l’altro infilato in un pacchetto di patatine, ricordo come fosse oggi il profumo del suo dopobarba e il tono paziente con cui arginava un inesauribile fiume di domande.

domenica 30 agosto 2015

Obama gioca in porta


Obama gioca in porta

Flaminio Oggioni




Giorgio correva veloce verso la porta lontana, volava nella polvere dello sterrato, volava sui suoi piedi magri e nudi, volava come Fasoli, l’ala della Pro Patria.
La mamma, il giorno che lo aveva portato in collegio dalle suore, vicino a Busto, lo aveva consolato: «Dai Giorgio, va’ come è bello qui, c’è il parco, il campo da football e le suore sono brave e poi se hai dei problemi la Carla, tua sorella, è qui con te.»
Giorgio ogni sera andava a letto e piangeva.
Stava meglio a Milano, anche se cadevano le bombe... lì c’erano la mamma, le sorelle, gli amici, il monopattino e il pallone che gli aveva regalato lo zio.
Sì, il pallone! Che passione! Bello, di cuoio stringato, l’unico del cortile.
Al pomeriggio dopo i compiti, tutti lì a correre scalzi dietro la palla e Milano era bella.
La testa si perdeva nella magica atmosfera della partita di pallone. Sparivano le macerie, l’urlo delle sirene e l’odore dei rifugi e il cortile sembrava l’Arena.
«Dai Giorgio, torna a casa, è tardi!» gridava la mamma dal balcone. «Sì, arrivo mamma, un attimo.» Raccoglieva le scarpe lasciate ai bordi del campetto, slacciava il fazzoletto annodato intorno al ditone del piede per calciare più forte e si toglieva la benda sulla fronte che proteggeva dalla stringa del pallone nei colpi di testa.
«Eccomi! Ma, mamma, ancora minestra!»
«Giorgio, mangia la minestra o salta la finestra!»

giovedì 27 agosto 2015

Il cuore di un pugile


Il cuore di un pugile

William Tavecchia


“You’re alone and you know
a few things: the stars are pinholes,
slits in the hangman’s mask.
And the crabs walk sideways
as they were taught by the waves.
You’ll be a dancer with two feet dancing
in the dirt-colored dirt.”

T. Lux, Solo Native in New and Selected
Poems, 1975-1995.



Sono nato in un piccolo quartiere di Napoli nel 1962, non ho mai conosciuto mio padre mentre mia madre era la prostituta del posto. Mio fratello Vincenzo, fan della boxe, a soli quattordici anni possedeva un destro micidiale ma, vivendo in un posto malfamato, dove i ragazzi della nostra età crescevano “malamente”, iniziò ad usare droghe d’ogni tipo bruciandosi la possibilità di diventare un vero pugile.

lunedì 24 agosto 2015

Sta Luigi Re di Francia con tre pulci sulla pancia


Sta Luigi Re di Francia con tre pulci sulla pancia

Maurizio De Filippis

Come ha scritto Eduardo Galeano in Splendori e miserie del gioco del calcio anch’io, come gran parte degli italiani, avrei voluto fare il calciatore. In effetti, da piccolo “giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo. Durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso sui campetti del mio paese.”1 Pur non avendo abbastanza talento per giocare a pallone in una squadra professionistica, mi sono però sempre cimentato in interminabili confronti calcistici disputati su ogni tipo di superficie disponibile: tratturi brulli e sassosi collocati alla periferia dell’impero calcistico milanese, nastri d’asfalto resi roventi dal solleone, arene improvvisate al largo dei bastioni di Quarto Oggiaro. Lungi dal considerarmi “triste solitario y final”2, ho dato il meglio di me con l’avvento, nei primi anni novanta del XX secolo, dei terreni in sintetico: goleade memorabili nei peggiori tornei da bar dell’Hinterland milanese, incontri calcistici degenerati in ludi gladiatori durante innominabili tornei aziendali, sfide estemporanee disputatesi, presso il centro sportivo Dal Lurido – contro Selecciones de fútbol sudamericane o équipes maghrebine per guadagnarsi, sul campo, la conferma definitiva del diritto di prenotazione acquisito telefonicamente. Prima di appendere definitivamente “le mie amate Puma al chiodo”, ho trascorso sui rettangoli da gioco giornate indimenticabili affrontando e sgominando, insieme alla mia Gang, la “meglio gioventù” di Arese, Bollate e paesi limitrofi in una sorta di Mundialito itinerante.3 Tra le tante, ricordo in particolare due gare disputate in trasferta contro esuli cubani di Calle Ocho e pieds noirs algerini a Miami Beach e a Marseille (“coup de boule à la Plage du Prado”), entrambe finite a mazzate. Naturalmente, non si trattava di trasferte calcistiche vere e proprie, ma di partitelle disputate on the beach contro delle rappresentative turistiche locali “mixate” con elementi indigeni. In anticipo sulla globalizzazione, tali confronti “glocal (global - local)” si tenevano, al calare delle prime ombre della sera, direttamente sulla spiaggia durante lo spring-break legato ai nostri studi universitari o nel bel mezzo delle vacanze estive.